27 Jan
27Jan

Abbiamo intervistato in esclusiva Azzurra Noemi Barbuto, giornalista e scrittrice, attivista politica e fondatrice del Movimento delle Bandiere a Milano.

Il Ribelle: Grande Azzurra è un piacere averti qui con noi  Azzurra : Grande… insomma dai. Gigantesca, meglio.

R: Se dovessi definirti con tre aggettivi?

A : Coraggiosa, leale, determinata. Ma voglio aggiungerne altri: sensibile, dolce e anche positivo.

R: La tua passione per il giornalismo e per l'informazione quando nasce?

R: Negli anni dell'università. Ho iniziato a scrivere e poi non ho più smesso. In realtà volevo intraprendere la carriera diplomatica, infatti mi sono specializzata in studi politici internazionali. Durante la specializzazione, mentre già lavoravo, ho virato però con decisione verso il giornalismo e ho iniziato a scrivere.

R: Hai avuto una persona che nel tuo percorso lavorativo, fin da giovanissima, ti ha apprezzato molto: il grande direttore Vittorio Feltri.

A: Sì, per me è come un padre, lo dico senza problemi. Ieri ero a pranzo da lui e da sua moglie: mi hanno detto che sono più di un'amica, sono una di famiglia.

R: Per quanti anni hai lavorato in una redazione giornalistica?

A:  Ho fatto decenni di giornalismo, dal 2005 fino al settembre 2021 quando sono stata licenziata.

R: E lì parte una causa giudiziaria giusta?

R: Sì, ma è una pagina chiusa. E lo dico chiaramente: sono contentissima di essere stata licenziata. Anzi, approfitto per dire grazie. Ringrazio Sallusti, che mi ha contestato le mie opinioni e ringrazio anche l'editore che mi ha licenziata. È stato tutto estremamente utile, sono stati così determinanti per la mia felicità che non ho parole per esprimere la mia gratitudine.

R: Dal 2022 a oggi continua a fare giornalismo?

R: Sì.  Per i cazz* miei, però.

R: Oltre un giornalista. Sei anche scrittrice

A: Ho scritto molti libri nella mia carriera sia come ghostwriter, che come autrice. L'ultimo, edito da Baldini Castoldi, è lo scorso 28 novembre e uscito si intitola “In difesa del maschio di razza bianca” ed è, credo, la sintesi di tutto il mio impegno, di tutte le battaglie che porto avanti. La prefazione è di Vittorio (Feltri), perché ci ha tenuto davvero a dare il suo contributo e ho apprezzato molto il suo sincero desiderio di contribuire alla riuscita del mio volume.

R: Un consiglio a un giovane che vuole avvicinarsi al giornalismo?

A: Di farlo in autonomia. Come faccio io. Oggi i giornali non danno più credibilità, anzi sei più credibile se non lavori per un giornale. Io ho conservato la mia credibilità perché non ho mai ritrattato le mie opinioni per mantenere un posto di lavoro; invece, molti miei colleghi hanno rinunciato ai principi per tenersi il posto. Io ho rinunciato al posto per tenermi i miei principi. Questa è credibilità. Oggi, se lavori in redazione, vieni sfruttato, sei un topo di redazione, non puoi parlare liberamente, sei vincolato. Se fai giornalismo libero, invece, servono i coglioni. E anche i controcoglioni. Se hai coraggio, se credi davvero in quello che scrivi, fallo perché quello che mi muove è l’amore per la libertà di espressione.

R: Da quasi un anno sei anche attivista politica, soprattutto a Milano, con il Movimento delle Bandiere. A: L’ho fondato io ed è una mia creatura in tutto e per tutto. Mi sono resa conto che la bandiera palestinese è ovunque, dentro e fuori le istituzioni, al contrario il nostro patrimonio identitario è stato criminalizzato. Qualcuno ha il dovere morale di difenderlo.

R: Come vedi la Milano di Sala? A: Mi fa schifo. È una Milano fondata sull’apparire e sull’apparenza. Il cassonetto deve essere ecologico, bello, perfetto, ma poi non importa se la città è pericolosa o inefficiente. Tutto è vacuo, tutto è facciata. Efficienza, efficacia e merito vengono messi da parte.

R: Qualche giorno fa hai girato Milano in burqa. Com’è stato?

A: È stata un’esperienza drammatica. Ho vissuto sulla mia pelle quello che milioni di donne vivono ogni giorno. Solo che io il burqa posso toglierlo, loro no. In molti Paesi islamici, come l’Iran, se le donne tolgono il burqa anche solo per una ciocca di capelli, vengono bastonate, massacrate anche per strada per un capello fuori posto. Tutto questo è inaccettabile.

R: Ti sei occupata di tantissimi temi che oggi, purtroppo, stanno diventando sempre più parte della nostra quotidianità: la lotta al velo islamico, la difesa della bandiera. C’è qualcosa a cui ti senti più legata? A: Secondo me sono temi che non si possono scindere. C’è un filo conduttore che li unisce: sono le battaglie che porto avanti da anni. Tutto quello che sta accadendo oggi, soprattutto con le seconde e le terze generazioni di immigrati, è qualcosa che avevo previsto già dieci anni fa. L’avevo scritto, denunciato, messo nero su bianco, avevo messo in guardia sul destino verso cui ci stavamo abituando. Il punto è questo: soggetti senza radici finiscono inevitabilmente per radicalizzarsi nel tentativo di trovarne una. Sono ragazzi senza identità, che si coalizzano tra loro e trovano coesione nei gesti di violenza, in un crescendo continuo. Un aspetto ancora più allarmante e che non aumenta solo la criminalità, aumenta anche la ferocia con cui i reati vengono commessi.

R: Ritieni questo fenomeno ormai strutturale?

A: Sì, perché c’è una vera e propria escalation. Non parliamo solo di più crimini in strada, ma di un livello di violenza sempre più brutale: è il risultato di anni di rimozione culturale, di giustificazionismo, di incapacità di affrontare il problema per quello che è.

R: In questi mesi abbiamo visto casi in cui criminali armati vengono raccontati quasi come vittime o martiri. Cosa ne pensi?

A: È una vergogna. Parliamo di soggetti con precedenti, che puntano armi contro la polizia, che ignorano gli ordini di fermarsi. In quei casi è inevitabile che le forze dell’ordine sparino. Ad esempio, verso il poliziotto che ha sparato a Rogoredo non doveva nemmeno essere aperto un fascicolo per omicidio volontario. Questa narrazione tossica trasforma il criminale in martire e chi fa il proprio dovere in colpevole. È una distorsione gravissima.

R: Secondo te servono più poteri alle forze dell’ordine? A: No, non servono più poteri. Servono i poteri che già hanno, ma senza vivere con una spada di Damocle sulla testa. Il vero problema è la delegittimazione continua che subiscono. Viviamo in uno Stato di diritto: la polizia ha già prerogative, limiti e regole. Ma un poliziotto non deve avere paura di fare il proprio dovere.

R: Quindi dove sta il nodo centrale?

A: Sta in una cultura che giustifica il criminale e attacca chi fa rispettare le regole. Un carabiniere non deve temere di inseguire un fuggitivo. Le forze dell’ordine non devono essere criminalizzate quando fanno contenimento durante le manifestazioni. Bisogna rispettare i ruoli, invece assistiamo a sindaci di sinistra che se la prendono con la polizia parlando di gestione sconsiderata dell’ordine pubblico.

R: Chi contesta sempre l’operato delle forze dell’ordine, secondo te, da che parte sta?

A: Sta sempre dalla parte sbagliata. Dalla parte dell’incappucciato, del terrorista, del criminale che diventa “ragazzo problematico”. Diventa una finestra ideologica che si apre sempre contro chi difende l’ordine. R: Ti hanno mai accusata di essere fascista per le tue posizioni?

A: Certo, è la strategia più semplice. Se dici il vero e non possono smentirti, ti accusano di fascismo o razzismo per delegittimare la tua ricerca ed il tuo lavoro. Io mi baso su dati, fatti di cronaca, numeri. Faccio analisi, non propaganda ideologica. Però, alla fine, questa gente me la inzuppo nel latte a colazione, insieme ai cereali.

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