Nella notte tra domenica e lunedì scorsi un giovane – il 19enne Pietro Silva Orrego – ha perso la vita in un incidente stradale su viale Fulvio Testi a Milano. Subito dopo l’impatto, come troppo spesso accade, sono fioccate semplificazioni, certezze affrettate, punti fermi mediatici pronti a stabilire “chi è il colpevole” anziché “come è accaduto davvero”. È proprio su questa superficialità che vorrei accendere un riflettore.
Dai primi articoli sembrava che il suv Mercedes modello G Brabus fosse guidato da un ragazzo senza patente, che si sarebbe “finto” soccorritore per mascherare la guida. Ma poi, grazie a dei video pubblicati sui social, emerge un’altra verità: il ragazzo di 20 anni non era alla guida ma stava cercando realmente di soccorrere i suoi amici intrappolati nell’auto. Il guidatore è un 23enne incensurato e in possesso della patente di guida. Ecco il punto: l’informazione ha preso una piega facile, comoda – “ragazzo senza patente a bordo”, “colpevole designato” – senza verifiche sufficienti, senza attendere i rilievi.
Rimuovere il contesto: una tragedia così complessa non è mai solo “colpa del ragazzo senza patente”. C’è la dinamica dell’impatto, ci sono condizioni di guida, ci sono carichi, veicoli, fattori esterni da accertare.
Creare capri espiatori: appena si nomina un “colpevole”, si chiude il dibattito. Ma chi indaga sulla cultura della velocità, sull’usura del manto stradale, sul noleggio di suv potentissimi affidati a giovani?
Bloccare il ricordo della vittima: il ragazzo di 19 anni è stato “immortalato” in un titolo come “giovane morto in incidente”. Ma chi lo ha ricordato come persona, con sogni, affetti, vita davanti?
Falsificare la responsabilità collettiva: la tragedia coinvolge più livelli: la strada, la scelta del mezzo, la responsabilità individuale, i controlli.
La morte di Pietro non può essere ridotta a un “errore” individuale, il ragazzo soccorritore non può essere ridotto a un “colpevole” senza prove.
Il racconto mediatico finisce per offuscare la verità, e in questo oscuramento vince solo la superficialità. Se vogliamo davvero onorare una vita spezzata, dobbiamo fare un passo indietro: verificare, attendere, approfondire. E nel frattempo non dimenticare che dietro ogni incidente c’è una persona, una storia, una rete di responsabilità.