
Da giorni l’Iran è di nuovo attraversato dal fuoco della rivoluzione: chiamarle “proteste” non basta più. Un movimento spontaneo di liberazione che sta combattendo contro un regime sanguinario e che, proprio nelle ultime ore, ha deciso di rispondere con una forza spietata e assassina, massacrando il popolo persiano.
In questi giorni molti “fini geopolitici” si sono lasciati andare a disamine politico-filosofiche sulla rivoluzione iraniana, portando avanti i propri dogmi e la propria visione del mondo, pur non essendo mai arrivati oltre Barletta.
Noi de Il Ribelle abbiamo preferito invece dare voce a due giovani persiani che hanno lasciato il proprio Paese e che, più di tutti, vivono questi giorni nell’angoscia più totale, con la paura che la propria famiglia e i propri fratelli possano perdere la vita.
Capitolo I – Dalle donne alla libertà totale
La prima ragazza con cui parliamo è Shiva, giovane donna di 35 anni che vive in Italia da 15 anniLe donne, almeno sui social media, restano il simbolo più visibile della rivolta iraniana. Ma oggi la rivoluzione ha superato quel confine.
«Non è più solo “Donna, vita, libertà”. Oggi è libertà e basta. Libertà per tutti.»
Libertà di vivere una vita normale. Libertà di non essere sequestrati, torturati o massacrati dalla polizia morale.«Oggi i persiani lottano fianco a fianco per le strade della capitale – ci dice Farid, architetto 29enne – una rivoluzione che coinvolge tutto il popolo, per il popolo.»
Capitolo II – Un Paese ricco ridotto alla povertà
Il racconto si sposta poi sulla crisi economica, diventata insostenibile. Per Farid:«Negli ultimi anni il prezzo dei beni essenziali è triplicato: pane, olio, medicine. Il Paese è in una crisi economica senza fine, figlia di politiche basate su dogmi religiosi più che su una programmazione economica seria.»
E tutto questo in un Paese che, come ci conferma Shiva, «è pieno di petrolio, gas, risorse e di una cultura millenaria».
La povertà, sottolinea, non è naturale: è il risultato di 47 anni di regime e di isolamento internazionale.«Il mondo ha smesso di essere amico dell’Iran per colpa di questo governo. Ma a pagare è solo il popolo.»
Ed è forse proprio questa povertà dilagante ad aver spinto in piazza l’intera popolazione: non solo i giovani, ma anche anziani e persone profondamente devote alla propria religione.«Uno degli elementi più nuovi di questa fase è l’unità – continua Shiva –. Oggi i giovani persiani sono accompagnati da tutta la popolazione. Persone che per anni avevano accettato il sistema, convinte che fosse giusto o inevitabile, oggi sono in strada.»
E non sono in strada a manifestare.
Sono in strada a combattere.
Il motivo è anche e soprattutto l’estremismo religioso.«Attraverso la religione sono entrati nelle maglie del potere, promettendo una sorta di paradiso terreno, ma hanno creato l’esatto opposto: l’inferno. Anche per questo hanno fatto odiare la religione a un’intera generazione.»
L’Iran, spiega, non è davvero un Paese interamente musulmano:«È obbligato a esserlo. Se dici di non credere o di voler cambiare religione, ti uccidono», ci confessa Shiva.
Capitolo III – Il silenzio più spaventoso: internet, telefoni spenti e Unione Europea
A rendere la situazione ancora più grave è il completo isolamento informativo.
«Da giorni non riesco a parlare con mia sorella – ci dice Farid –. Non so se sta bene, se ha cibo, non so nemmeno se sia viva.»Un’ansia terribile, che stringe il cuore. Un’ansia vissuta anche da Shiva, che è riuscita a sentire sua madre solo per pochi secondi nella mattinata di lunedì 13 gennaio.
Un silenzio creato dalla dittatura di Khamenei per assassinare il popolo iraniano nell’oscurità più assoluta.E qui permettetemi di essere incoerente.
Ho iniziato a scrivere questo articolo promettendo al lettore di mantenere una certa distanza, lasciando spazio esclusivamente alle voci di chi questo inferno lo vive sulla propria pelle, anche se da lontano. Ma mentre scrivo non posso che chiedermi – non da scrittore, ma da europeo – cosa stia facendo il mio Paese, cosa faccia l’Unione Europea di cui sono sempre stato orgoglioso. La Von der Leyen ha sciolto le riserve: nuove sanzioni contro gli ayatollah.
L’Unione Europea è nata spinta da ideali democratici. Sapere che dei persiani vengono trucidati perché manifestano dovrebbe portarci a un intervento immediato sul posto, capace di garantire, per quanto possibile, la tutela di donne e uomini che muoiono ogni giorno per un diritto che noi occidentali diamo da troppo tempo per scontato: la libertà di fare e dire ciò che vogliamo senza essere sequestrati, seviziati o uccisi.
Capitolo IV – Fine delle illusioni politiche e futuro dell’Iran
Negli anni molti giovani avevano sperato in riforme dall’interno: presidenti più “morbidi”, correnti di destra o di sinistra.«Ma oggi sappiamo che non cambia nulla. Tutti devono passare dal filtro della Guida Suprema.»
Per questo la richiesta è chiara:«Non vogliamo un governo islamico. Vogliamo uno Stato libero dalla religione. Uno Stato laico.»
Ed è in questo contesto che, per la prima volta, una larga parte del popolo iraniano sembra riconoscere una figura di riferimento: Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah.«Non abbiamo alternative. E lui propone una cosa importante: un referendum. Se il popolo mi vuole, vengo. Se no, no.»
Non come sovrano, ma come possibile figura di transizione.
Intanto sull’Iran aleggia lo spettro di Trump, soprattutto dopo quanto accaduto in Venezuela. Un possibile intervento che accende il dibattito tra i nostri politici, seduti al caldo e al sicuro, che con grande coraggio commentano su X.
«Ho letto tante accuse contro un possibile intervento del presidente americano – ci dice Shiva –. “Trump vuole solo il vostro petrolio”. Può anche essere, ma intanto il governo attuale lo ruba già. La differenza è che con loro moriamo.»
Le fa eco Farid:«Ci viene detto che gli Stati Uniti vogliono saccheggiare il nostro Paese. Mi chiedo dove siano tutte queste ricchezze. Tra rimanere povero rischiando di essere assassinato se dico la mia e rimanere povero senza rischiare di morire, indovinate? Scelgo la seconda opzione.»
È proprio su questo punto che si accende il dibattito su una possibile politica di intervento militare. Un dibattito che dovrebbe anzitutto muovere da una riflessione fondamentale: può oggi un popolo ribellarsi e riuscire a vincere contro chi detiene un arsenale militare e tecnologico impossibile da eguagliare, se non da altri Stati? Shiva è comunque sicura “Qualunque aiuto esterno che serva a bloccare queste uccisioni e a garantire un passaggio pacifico, è benvenuto e apprezzato dalla popolazione iraniana.”
Capitolo V – Cosa possiamo fare
La parte più dolorosa riguarda il silenzio internazionale, interrotto solo da poche manifestazioni sporadiche, che sembra spezzarsi solo in questi ultimi due giorni a fronte delle gravissimi notizie che ci stanno arrivando a singhiozzo.
«Negli ultimi mesi tante persone hanno manifestato – giustamente – per diverse cause. Per il mio Paese vedo molta meno solidarietà.»
La domanda, allora, è semplice ma feroce:«Il sangue degli iraniani non è rosso? Vale meno?»
Parlare, raccontare, condividere non è solo informazione: è protezione.«Se il mondo guarda altrove, loro uccidono più facilmente.»
E sì, perché questa potrebbe essere l’ultima occasione per liberarsi. Non c’è certezza, ma c’è una convinzione nuova:«Questa volta siamo più uniti. Giovani, anziani, religiosi e non religiosi. Tutti.»
Tutto il popolo iraniano.E noi abbiamo il dovere di stare al loro fianco.
Filippo Notte